Marco Bettoni · Archivio Fiabe Motorie® · Articolo pubblicato nel 2020 su La Rivista di Educazione Fisica, Scienze Motorie e Sport.
La didattica inclusiva parte da un principio semplice: ogni bambino deve poter partecipare al processo di apprendimento, tenendo conto delle proprie caratteristiche e potenzialità. Nell’attività motoria questo significa spostare l’attenzione dalla sola prestazione tecnica alla crescita delle autonomie individuali e di gruppo.
Un elemento centrale è l’autoefficacia percepita, cioè il modo in cui il bambino valuta la propria capacità di affrontare un compito. Un’esperienza di successo, anche piccola, può rafforzare la motivazione e il desiderio di riprovare. Al contrario, attività troppo difficili o vissute come giudicanti possono allontanarlo dal movimento.
Per questo la difficoltà va modulata: il compito deve rappresentare una sfida, ma deve anche permettere al bambino di percepire progressi reali.
La scuola e lo sport sono luoghi in cui il bambino sperimenta quotidianamente relazioni con coetanei e adulti. Collaborare, negoziare, rispettare una regola, gestire un conflitto o chiedere aiuto sono competenze che si allenano anche attraverso il gioco motorio.
L’attività fisica può quindi diventare un laboratorio di autoregolazione emotiva e di autonomia personale, non soltanto uno spazio per sviluppare abilità fisiche.
Un insegnante che vuole costruire attività inclusive deve osservare le caratteristiche del gruppo e del singolo bambino, scegliere obiettivi realistici, modulare le strategie didattiche e verificare ciò che accade durante il gioco. Anche i compagni possono diventare una risorsa attraverso tutoring, cooperazione e mediazione.
Nell’articolo venivano presentati giochi in cui la stessa struttura poteva essere adattata introducendo varianti motorie, cognitive e relazionali. Nel Gioco del Ragno, per esempio, il bambino deve correre, evitare gli avversari, osservare colori e modificare la propria strategia. Nel gioco di Robin Hood, palloni e ruoli diventano elementi narrativi che permettono di lavorare su passaggio, ricezione, attenzione e inibizione.
L’obiettivo non è aggiungere difficoltà senza criterio, ma costruire progressioni in cui ogni variante abbia una funzione precisa e possa essere introdotta quando il gruppo è pronto.
Un’attività è inclusiva quando non chiede a tutti di essere uguali, ma offre a ciascuno un modo reale di partecipare. Il movimento, se progettato con attenzione, può diventare un contesto in cui il bambino sperimenta competenza, relazione, creatività e capacità di adattamento.
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